Questo non sarà un articolo veloce, freddo ed impersonale. Voglio davvero raccontarvi di questa fashion week come stessi scrivendo ad un’amica. Oggi, dopo un’intera settimana passata a Milano in occasione della settimana della moda tiro le somme su tutto quello che ho visto e su quello di cui ho letto e lo farò attraverso una serie di articoli che affrontano i temi più caldi degli ultimi giorni.
I due hot topic discussi sui social durante gli ultimi giorni sono stati proprio Maria Grazia Chiuri e Demna Gvasalia con dibattiti accesissimi. La sfilata Fendi ha letteralmente spaccato il mondo della moda a metà fra chi lamenta l’assenza di un effetto wow e di un pop di colore; e chi, invece, difende l’estetica di Maria Grazia Chiuri. Per quanto mi riguarda trovo che il lavoro della Chiuri da Fendi sia impeccabile.

Black is the new Black
Parentesi inevitabile: il nero predomina in quasi tutte le collezioni che abbiamo visto sfilare, ma non potrebbe essere altrimenti. La moda riflette l’epoca in cui viviamo e proporre pop e colori vivaci sarebbe un’ulteriore distrazione dalla realtà dei fatti. Sarebbe quasi impossibile oggi immaginare una moda che ignori ciò che accade fuori. Sarebbe un voltare lo sguardo dai lutti delle vittime di uno sterminio, dagli abitanti di tante città che adesso si ritrovano senza una casa. Non ci piace doverlo ammettere, ma questa è un’epoca nera e noi siamo a lutto. Quei piccoli guazzi di colore (vedi la baguette gialla) sono quei barlumi di speranza, quella volontà di voler rivedere il sole e di ricostruire una società migliore, senza più lutti. Naturalmente non è questo il concept dietro Fendi, è solo una mia sensazione generale nel vedere tanto tanto nero alla fashion week.



Meno io, più noi
Maria Grazia Chiuri ha voluto, invece, lanciare un messaggio molto costruttivo e positivo: “Meno io, più Noi”. Quante volte l’ego smisurato distrugge collaborazioni e progetti? Cooperare per un fine comune rende una squadra davvero vincente. Ed è quello che hanno fatto le sorelle Fendi, costruendo un impero ed un caposaldo della moda italiana. Rispettare il lavoro degli altri e le loro idee; valorizzare le qualità di ogni individuo nella logica del lavoro d’insieme; mettere il proprio talento senza voler prevaricare; comprendere e accettare le diversità degli altri e fare di queste la propria forza.

Questo si traduce anche in un forte senso di appartenenza, tale da esercitare poi sugli altri un effetto calamita. Si, anche io voglio far parte di questa storia. Infatti credo sia anche questo che rende – per esempio – una borsa davvero speciale nel guardaroba di una donna: guardo la mia Mamma Baguette e penso che l’ho scelta (oltre a ragioni puramente estetiche) perchè condivido i valori che rappresenta, ne rispetto la storia, ritrovo la mia essenza nel suo carattere e suscita in me un certo senso di appartenenza.
Andranno a ruba
I pezzi forti in sfilata sono i completi sartoriali dai volumi più contenuti e più strutturati rispetto all’oversize eccessivo degli ultimi anni. Le spalle sono strutturate ma mai eccessive. I pantaloni meno slouchy, adesso sono più barrel, dritti o leggermente affusolati con vita media e vita alta per dare struttura alla figura. Le lunghezze cadono perfette alla caviglia, senza eccessi di tessuto. Questa sfilata detta una nuova regola riguardo i completi: se prima erano quasi diventati “street”, oggi riprendono le loro connotazione sartoriale.

Vere protagoniste del fashion show sono le baguette, ritornate ad un’essenza più slouchy e meno strutturata, come quelle vintage. Con specchietti, paillettes, pelliccia, inserti esotici, perline, patchwork. Ma ne parleremo nel dettaglio in un prossimo articolo dedicato esclusivamente alle borse.

Sulla via della sostenibilità, verso un nuovo paradigma della moda
Un altro punto focale di questa collezione riguarda la rigenerazione sartoriale. Rimodellare un capo non è solo un gesto tecnico. Certo, c’è la mano esperta del sarto che scuce, studia, ricompone i volumi. Piuttosto il focus deve andare su un nuovo paradigma della moda, oggi più necessario che mai. È necessario far crollare il sistema iper-consumistico dell’ultra fast fashion (in primis) e del fast fashion, con capi che durano solo una stagione (spesso complici le tendenze mordi fuggi che quasi ci costringono a comprare continuamente abiti nuovi). Rimettere a modello significa prendersi il tempo di guardare davvero a ciò che già possediamo. Un capo che decidiamo di non abbandonare porta con sé una storia: chi ce lo ha regalato, da dove arriva, in quale momento della nostra vita lo abbiamo indossato, i ricordi che ci evoca. Riattualizzarlo non è nostalgia, è fedeltà alla propria identità, che nel tempo cambia ma non si cancella. Ed è qui che il gesto individuale diventa collettivo. Allungare la vita di un capo non è solo una scelta estetica o affettiva, ma anche una presa di posizione contro l’iperconsumo e l’omologazione. Un modo per restituire valore alla materia, al lavoro artigianale e a quella durabilità emotiva che rende un abito davvero nostro — e quindi insostituibile.

Il circo dei leoni da tastiera
Tornando alle critiche avanzate nel mondo digitale, vorrei “rispondere” a chi dice che questa sfilata “sembra Dior”. No, non è la sfilata a sembrare Dior. Così come non è Valentino che adesso sembra Gucci; o Balenciaga che adesso sembra Valentino. Il vocabolario di Maria Grazia Chiuri non sovrasta Fendi, ma si appoggia su una storia già fondata sulla collaborazione e sul fare insieme.


Semplicemente, i direttori creativi contemporanei mettono la loro signature in una collezione e se così non fosse allora non saprei davvero di cosa stiamo parlando. Se i grandi creativi non avessero una mano riconoscibile, non sarebbero tali. Potrei spiegarvelo meglio facendo un parallelismo con la musica: quando si sono sciolti i Beatles, ciascun membro della band ha fatto un album da solista ed in ciascuno di questi album puoi chiaramente sentire qualcosa che ti ricorda i Beatles… semplicemente perchè sono canzoni scritte ed interpretate dalle stesse persone!
La critica è legittima. Il disprezzo travestito da opinione, no. Ed allora, piuttosto che scrivere cattiverie sui social e sparare a zero su queste grandi menti creative, vorrei rilanciare un vecchio statement di Maria Grazia Chiuri con una piccola rettifica: WE ALL SHOULD BE KIND.






